Mia cara Gabriella, da ventiquattr’ore
mi sento più vecchio, mi sento un signore;
non son più ragazzo, son grande pur’io,
da ventiquattr’ore, infatti, son zio.

Da ieri io porto occhiali a stanghette,
bastone d’avorio, i guanti, le ghette,
cappello a bombetta, gardenia, gilet
ed abiti scuri un po’ démodés.

Son serio, posato, severo è lo sguardo,
il capo reclino a mo’ di vegliardo,
il volto atteggiato a gravi pensieri...
insomma ho mutato aspetto da ieri,
da quando cioè è entrato nel mondo
il corpo piccino, grassoccio e rotondo
il volto vivace, con guance di pesca
di un essere nuovo di nome Francesca.

Un essere nuovo, un nuovo tesoro
che entra a far parte di casa Santoro:
famiglia all’antica, dagli usi severi,
che vanta prelati e gran condottieri,
artisti famosi e spiriti eletti,
nonché magistrati e grandi architetti,
che uniscono al genio, maestro di vita,
bontà francescana, modestia infinita;

... e l’unica cosa che chiedo al buon Dio
è: “Fa che Francesca somigli allo zio!”

20 aprile 1960


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